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| INTERVENTO: Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 28/11/2001 |
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BRUNO STAMERRA: UN SOGGETTO POLITICO CHE UNISCA DAVVERO
Dopo il congresso di Pesaro dei Ds, e il dibattito che si è sviluppato sulle sue importanti
conclusioni, mi viene di fare alcune considerazioni.
Certo, la politica cammina sulle gambe degli uomini. É talmente ovvio che nessuno si sogna
più di ricordarlo, soprattutto in questo paese dove, nel più totale spregio dei principi etici
che dovrebbero evitare ogni conflitto d’interesse per chi amministra la cosa pubblica, si è consentito
- con libere elezioni, per carità!- ad un cittadino di farsi un partito-azienda e di mandarlo
pure al governo. Non è accettabile, però, che questo diventi un comodo alibi per far diventare
-come diceva il Principe - la politica «l’arte del possibile»: siccome questa è epoca in cui le
vecchie ideologie hanno fatto il loro tempo, è lecito che tutto diventi marmellata.
Andiamoci calmi, ad ognuno il suo. Nonostante Bin Laden, l’attentato alle Torri Gemelle,
Silvio Berlusconi e via discorrendo, il bianco è ancora bianco e il nero è nero. Esistono ancora
solidi paletti ideali che delimitano molto bene principi e valori. Ogni stagione ha i suoi frutti, ed
è proprio per questo che quelli maturati in serra non hanno mai lo stesso sapore di quelli
maturati secondo natura.
In questi giorni a Pesaro è avvenuto qualcosa di importante: i post comunisti, i pidiessini, i
diessini (chiamateli come volete) hanno concluso la loro marcia verso il riformismo, verso
quella espressione moderna della socialdemocrazia europea alla quale si richiamavano anche
i socialisti italiani di Craxi.
Un approdo naturale conseguente alla scelta di 10 anni fa verso la socialdemocrazia,
legittimata non solo dall’ammissione all’Internazionale Socialista, ma anche dall’essere
stati successivamente cofondatori del Pse.
Certo non c’è bisogno di grandi soloni per capire che non basta abitare in una reggia per
dirsi re! So molto bene che ci vogliono tempo e fatica, ma è sbagliato ritenere che solo gli scolari
devono dimostrare di avere appreso la lezione, e non anche i maestri se sono stati diligenti in
aula. In politica, per essere credibili, occorre partecipare, impegnarsi, e non attendere che solo
gli altri debbano dare «dimostrazione ». Di gente che pretende soltanto di giudicare non ce
n’è bisogno, da nessuna parte ci si collochi.
Chi ha qualcosa di serio e di nuovo da dire, o da insegnare, si faccia dunque avanti. Il paese,
dopo la bufera degli anni ’90, ha urgente bisogno di darsi un ceto politico credibile, competente e
autorevole.
Voglio dire, senza reticenze, anche quello che penso del riformismo. Che non è, a mio avviso,
certamente quello, datato e anacronistico, di Cofferati, che nell’ultimo decennio, è costato,
per difenderlo, tanti dolori e tante sconfitte alla sinistra italiana. Confondendo le tutele con
le garanzie, si è consentito al centro-destra di interpretare meglio le istanze di rinnovamento
e di innovazione che giungevano pressanti dalla società civile, e che da sempre erano solo patrimonio
della sinistra. Una fatale sottovalutazione, che chissà per quanti anni ancora dovremo pagare.
Ritengo che dal congresso di Pesaro sia uscito pesantemente sconfitto il disegno di chi voleva
che i Ds fossero ancora una sorta di «ala politica» della Cgil. Questo è molto importante per riprendere il dialogo
con quelle componenti della società civile, naturalmente per cultura e formazione patrimonio
della sinistra, che erano state costrette ad individuare nel centro-destra la rappresentanza
dei propri interessi. L’avere oggi invertito questa tendenza, è un altro significativo esempio di
scelta riformista. Da oggi in avanti, per la conquista della rappresentatività dei nuovi ceti
produttivi del paese, delle nuove professioni, della ricerca e dell’innovazione, lo scontro con il
centro-destra sarà finalmente ad armi pari.
Riformismo però non è solo questo. É anche l’evoluzione moderna del laicismo. Rifarsi cioè
a quel rifiuto del dogmatismo che, senza però mai rinunciare ai famosi paletti di cui dicevo
prima, ha consentito a questo paese di essere governato, in democrazia e nello sviluppo, sino
a diventare grande, per circa mezzo secolo. Il riferimento è al Psi del dopo Midas, allo spirito
originario del Partito d’Azione, o al ruolo che negli anni successivi ebbe il Pri di Ugo La Malfa.
Ora tutto questo entra nel patrimonio genetico dei Ds, e, per la sua portata, questa non può che
essere scelta strategica: da oggi in avanti la sinistra italiana, salvo minoritarie appendici, si
colloca all’interno di un contesto definitivamente democratico e riformista.
Quali prove allora si chiedono ancora? Finiamola una volta per sempre. Affidiamo alla storia
ciò che è avvenuto nel secolo scorso. Non si può costruire il futuro guardando soltanto al passato,
oppure inseguendo risarcimenti, pateticamente invocati ormai da alcuni «profughi» eccellenti
della politica. Si ritiene forse che ciò da solo basti a riportare la sinistra agli antichi
fasti elettorali, quando laici, socialisti e comunisti erano quasi il 50% nel paese e nel Parlamento?
I socialisti che dopo la fine del Psi, avevano ancora la voglia, e la forza, di continuare a
fare politica, le loro scelte, condivisibili o meno, ma questo non c’entra, le
hanno già fatte. Chi è andato in Forza Italia, chi nello Sdi, altri nel Nuovo Psi, altri ancora nei
Ds. Addirittura qualcuno in An. C’è chi invece, pochi in verità, ha scelto di non fare più politica.
Si può ragionevolmente pensare che questa diaspora possa dall’oggi al domani rientrare e vedere nuovamente
sotto le stesse bandiere tutti i socialisti italiani? Se ci affidiamo alle utopie di cui è piena
la storia mondiale della sinistra, facciamolo pure, si sappia però che puntualmente ciò non
accadrà. Chi pensa, allora, che da Pesaro Giuliano Amato e Piero Fassino abbiano voluto
mandare l’ennesimo messaggio a tutti gli sbandati del socialismo per farli tornare a casa, significa
che non ha capito proprio niente. Le divisioni, le dispute, anche le tragedie che hanno
caratterizzato 70 anni di rapporti tra socialisti e comunisti italiani sono ormai definitivamente
consegnate alla storia, che ha già comunque stabilito chi stava dalla parte giusta.
Salvo poi a punire pesantemente entrambi i contendenti. Ormai la storia è scritta: attardarsi
su questo aspetto del problema, significa vivere come quei giapponesi che, in qualche isola
del Pacifico, dopo 40 anni attendevano ancora la fine della guerra.
Da Pesaro è emerso un nuovo soggetto politico che, nel riconfermato rispetto dei principi e
degli ideali della cultura socialdemocratica, intende rappresentare i giovani disoccupati,
ma anche quelli delle nuove professioni; che sta con il mondo del lavoro, ma in un contesto nel
quale la gerarchia, e la mappa, dei bisogni e delle garanzie siano dinamicamente legate alla
società che si evolve; un nuovo partito che sposi l’esigenza, non più procrastinabile, di garantire
a tutti i cittadini una qualità della vita e dei servizi nel quale efficienza, sicurezza e rispetto
per l’individuo siano realtà e non solamente principi accademici.
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